Le sacerdotesse della Luna

 C ‘è un filo sottile che da sempre lega in forma privilegiata la donna alla Luna. Un filo fatto di mistero, magia e non solo. Un filo che alcune donne in particolare, durante il periodo inca, rafforzavano attraverso specifici rituali notturni di connessione. Erano le custodi delle energie lunari. Erano, le sacerdotesse della Luna.

Dopo aver visitato Shinkal, un’antica città incaica della Catamarca, scopro che anche gli inca, come molti altri popoli ancestrali, praticavano il culto lunare. Decido allora di saperne di più a proposito e dopo alcune ricerche trovo diverso materiale interessante sull’argomento, tra cui un bell’articolo del professor Guillermo Llerena Cano. Nella sua pubblicazione, lo studioso racconta che nel Perù incaico, il culto alla Mama Quilla, alla Madre Luna, sebbene partecipato e rispettato da tutti, era speciale prerogativa delle donne. Ed una classe particolare di esse, le sacerdotesse della Luna, si dedicava a celebrare e tramandare nel tempo particolari rituali di connessione lunare.

Erano esperte curandere e donne molto sagge. Durante la cerimonia della Quillamama Raymi, camminavano silenziose nella notte, accendevano torce, bruciavano essenze profumate e suonavano sottili lamine d’argento per attirare l’attenzione della Luna, scrive Llerena Cano nel suo articolo. Indossavano lunghi vestiti grigi e mantelli dello stesso colore, in testa portavano un copricapo di lana bianca e indossavano orecchini d’argento che emettevano un suono metallico che avvisava gli uomini della loro presenza, perché a questi ultimi era proibito guardarle. Grazie a questa capacità di connessione con la Luna, aggiunge lo studioso, le sacerdotesse, con i loro oracoli, erano in grado di annunciare eventi futuri.

Ancora oggi, in Perù, è possibile visitare il tempio lunare di Quillarumiyoc (Pietra della Luna). Un luogo sacro poco conosciuto, fortunatamente salvatosi dalla furia distruttiva che i colonizzatori spagnoli riversarono contro tutto ciò che considerarono idolatrico. In luoghi come quello di Quillarumiyoc, durante appositi riti lunari, scrive infine Llerena Cano, la donna riceveva dalla Luna i segreti della magia, la bellezza, l’incanto, la forza dell’invisibile, la conoscenza dei cicli e delle fasi di fertilità e la saggezza femminile.

Stefano Lioni

(Immagine illustrativa: Raquel Temporal)

Il ritorno dell’Inka

Dopo una forte chiamata interiore, Elizabeth B. Jenkins lascia il suo dottorato di ricerca, il suo fidanzato, vende tutto e va a vivere in Perù. Lì incontra un maestro, Juan Nuñez del Prado, e inizia il suo viaggio di iniziazione e scoperta che la porterà ad approfondire la conoscenza di se stessa attraverso la tradizione spirituale andina.

La storia della Jenkins mi ha accompagnato in questi giorni di cammino, attraverso la lettura del suo stesso libro “Il ritorno dell’Inka”, libro che l’autrice scrisse al termine di un percorso spirituale in Perù. Forse, più di qualsiasi altra cosa, nelle Ande stavo imparando che la spiritualità e il gioco vanno insieme. Per la gente andina, gli atti più religiosi non erano questioni serie e nemmeno cupe, erano celebrazioni di allegria, scrive la Jenkins quando commenta in particolare il lato ludico degli ukukus, una sorta di pagliacci sacri che controllano e animano il pellegrinaggio della Festa di Q’ollorit’i. E tale festa, spiega invece il maestro della Jenkins, è collegata alla costellazione delle pleiadi, le quali possiedono una grande importanza esoterica ed energetica. Per i maestri andini, esse rappresentano i sette livelli di sviluppo psichico. Durante la Festa del Santuario di Q’ollorit’i, le pleiadi fungono da unificatrici di campi energetici. Negli ultimi anni, il numero di pellegrini al Santuario è aumentato in maniera incredibile. Sempre di più sono le persone attratte da quel posto. È possibile che non lo sappiano, però ci vanno perché stanno attendendo un eletto, un maestro di settimo livello ancora non rivelato.

Visiterò il Perù una volta terminato il cammino in Argentina, che al momento sento prioritario, ma libri come questo non fanno che amplificare il mio desiderio di visitare questa terra ricca di cultura sciamanica, una terra nella quale, sempre secondo le parole del maestro della Jenkins, si crede che al momento del concepimento, nel nuovo individuo si uniscono tre poteri differenti: il potere della materia, il potere dell’anima individuale e il potere eterno dello spirito. Poteri che si concentrano nella fronte, in un punto che si chiude crescendo ma che da piccoli è ancora molto aperto e dal quale entra molta “energia viva” o “luce bianca” (sembra riferirsi alla zona del terzo occhio induista). Nell’opera della Jenkins, nel capitolo “Il tempio della morte”, Juan Nuñez del Prado effettua un rituale di riapertura di tale porta cosmica attraverso l’utilizzo di alcune pietre speciali.

Il libro, che riporta anche il significato delle profezie andine dei cicli cambiamento ed evoluzione, parlando ad esempio dell’era del Taripay Pacha, ossia dell’era di “incontrarsi nuovamente con se stessi”, è davvero pieno di passi interessanti capaci di aiutare a decifrare con maggior chiarezza lo sviluppo della coscienza collettiva umana e allo stesso tempo offrire spunti di riflessione utili a comprendere meglio la tradizione spirituale andina, la quale, come scrive la Jenkins, sviluppò un modo molto differente da quello occidentale di vedere, interpretare e lavorare con il sistema energetico umano.

Stefano Lioni

(Foto principale: hatunkarpay.org)

La cura della perdita dell’anima nei rituali di guarigione andini
AymaraNella cultura aymara, perdere una delle entitá animiche che si possiede, costituisce un serio problema di salute. Solo attraverso uno specifico rituale di guarigione, la persona ammalata potrá recuperare la sua anima e quindi la sua salute.

Dopo i miei primi giorni di cammino verso La Quiaca, ho trascorso la giornata di oggi a riposare, cogliendo l’occasione per leggere un bel saggio di Gerardo Fernández Juárez, a proposito dei concetti di anima nella tradizione aymara e dei relativi rituali di cura della sua perdita (cura del susto). Secondo quanto riporta l’autore, per gli aymara l’anima si puó perdere in diversi modi, in alcuni casi ad esempio sono esseri maligni a catturare e divorare l’anima. Nella visione aymara, le entitá animiche degli esseri umani sono tre: l’ajayu (la piú importante), l’animu e il kuraji (coraggio). Ognuna di queste entitá animiche rappresenta un ch’iwi, ossia un’ombra, nel senso di “doppione” rispetto alla persona stessa, in quanto ogni ombra, ossia ogni anima, si sovrappone a strati al corpo fisico dell’individuo. L’ajayu é l’ombra piú interiore e scura, l’animu é quella intermedia e semi-scura e il kuraji é la piú esterna e chiara. La conformazione di queste anime si puó apprezzare nelle lievi variazioni di luce dell’ombra fisica umana. Pur espandendosi esteriormente al corpo, il centro di ognuna di queste anime é il cuore, che per gli aymara risulta essere l’organo della conoscenza, della saggezza, della memoria e della prudenza. Non a caso, un anziano o un saggio, per gli aymara é un chuymani, un uomo di cuore.

Nella tradizione aymara, chi soffre la perdita di un’entitá animica, puó presentare una sintomatologia caratterizzata da svogliatezza, perdita dell’appetito e del sonno, noia, pigrizia e, nei casi piú gravi, quando l’anima é stata rapita dagli esseri maligni saxras, puó manifestarsi la pazzia, ad esempio con le aggressioni ai figli e al coniuge. Le tecniche terapeutiche basilari per curare la perdita dell’entitá animica, per curare il susto (lo “spavento”), implicano una wax’ta, ossia un’offerta rituale in omaggio al luogo in cui é stata catturata l’anima e una serie di azioni per indurre l’anima a ritornare dal suo proprietario. Fernández nel suo saggio racconta il caso di un uomo, Felipe Mamani Torres, il quale chiese aiuto a uno yatiri, un guaritore aymara, in quanto suo figlio, a seguito di una caduta, continuava a soffrire di mal di testa, a mangiare poco e dormire male. Lo yatiri, prima ancora di ascoltare dal padre le ragioni della visita, aveva giá visto nelle foglie di coca la caduta del giovane, intuendo che la terra su cui era caduto lo aveva “catturato”. Lo yatiri quindi effettuó una wax’ta alla Pachamama affinché collaborasse a far ritornare l’entitá animica rapita. Dopo aver adagiato per terra dei vestiti del giovane e una mela, lo yatiri, suonando delle campanelle, inizió a chiamare il ragazzo, pronunciando piú volte il suo nome, invitando quindi l’anima a ritornare. Uno yatiri sa quando l’anima ritorna, in quanto un insetto o qualche altro animaletto si posa o cammina sugli oggetti e alimenti posti per terra. A quel punto si portano i vestiti e la frutta all’ammalato, il quale dovrá indossare gli indumenti e mangiare la frutta per reintegrare l’anima nel corpo, chiamandola per nome. Al termine del rituale, lo yatiri segna una croce sulla fronte dell’ammalato, usando la terra del luogo in cui si asustó (spaventó), ossia del luogo in cui perse l’anima. Le anime annunciano il loro ritono non solo sotto forma di insetti o animaletti sugli oggetti e alimenti del rituale, ma anche attraverso un rumore di passi inspiegabile nella stanza accanto a quella dell’ammalato o un canto inaspettato di uccelli nella notte. Il giovane ammalato, scrive Fernández al termine del suo saggio, a seguito del rituale di cura effettuato dallo yatiri, recuperó rapidamente la salute.

Stefano Lioni

 L’approccio olistico della medicina andina

AndeTra i monti delle Ande, tra terra e cielo, migliaia di anni fa si sviluppò una medicina dal carattere forte, figlia della cosmovisione di un popolo, che superando le vicissitudini della storia, riuscì a conservarla fino ai giorni nostri. Una medicina, quella della civilizzazione andina, che per il suo approccio alla malattia può rientrare a pieno diritto nel prezioso patrimonio umano delle medicine olistiche mondiali.

Ogni tradizione antica aveva la sua medicina olistica: gli Huna delle Hawaii, gli sciamani siberiani, gli Inca delle Ande, gli aborigeni australiani, le culture indiane, tibetane e cinesi, le antiche culture egizia, greca, romana e celtica. Esse rispettavano l’anima come centro della complessa unità psicofisica umana e come perno essenziale dell’intero sistema di guarigione. Parole del Dott. Nitamo Federico Montecucco che mi sono tornate alla memoria proprio in questi giorni, mentre sto iniziando a saperne di più sulla medicina andina e dopo aver scoperto le proprietà di diverse piante medicinali locali, grazie all’insegnamento diretto di una yuyera, una sorta di eroborista-curandera della zona. Le parole del Dott. Montecucco, una persona straordinaria che studiò maggiormente le medicine e tecniche olistiche orientali, vivendo sette anni in India al fianco di Osho e creando poi in Italia l’Accademia Olistica e il Villaggio Globale di Bagni di Lucca, sono riportate nel suo bellissimo libro “Psicosomatica olistica, la salute psicofisica come via di crescita personale”. Nel libro, il Dott. Montecucco specifica che pur esistendo diverse tecniche di medicina olistica, antiche e moderne, tutte hanno un punto in comune, che è quello di considerare l’essere umano in modo sacro, come un’unità di coscienza in cui esistono differenti piani o corpi, con un loro equilibrio psicoenergetico che, quando perde coerenza, genera malattia e dolore. E partendo da queste riflessioni chiave, espresse da un medico con un alto rispetto sia per il metodo scientifico moderno che per le risorse autentiche della saggezza antica, ho deciso di consultare qualche pubblicazione di carattere scientifico a proposito della medicina andina.

Per comprendere la medicina ancestrale andina e di conseguenza alcune delle ragioni del suo attuale utilizzo, è necessario conoscere la relazione che questa medicina ha con la cosmovisione andina stessa, scrive la ricercatrice indipendente Katelyn Scott, in una sua interessante pubblicazione ricca di varie citazioni scientifiche, intitolata “La medicina tradicional y la medicina moderna en Cusco”, svolta in collaborazione con il SIT Study Aboard e l’Università Tecnologica delle Ande. La Scott spiega che nella visione andina, il corpo di un essere umano è composto da due parti, il corpo e l’anima, e se una qualsiasi di queste due parti si ammala, significa che si è verificata una rottura nell’equilibrio cosmico. Secondo il Dott. Gerard Bodeker dell’Università di Oxford, citato dalla Scott nel suo studio, una caratteristica essenziale dei sistemi di salute ancestrali è che sono basati su cosmologie che tengono in considerazione diverse dimensioni, come quella fisica, mentale, spirituale ed ecologica. E anche la cosmologia andina rispetta in generale questo schema, considerando l’essere umano come parte di un tutto pluri-dimensionale. Nella società andina, tutti gli individui di una comunità hanno una connessione con la natura. Le persone vivono secondo un sistema di reciprocità che si chiama Ayni, ogni azione di un individuo causa un effetto sulla comunità, sulla natura, sulla terra. La Pachamama, la Madre della Terra viene rispettata come qualcosa di sacro, ricorda la Scott. Ogni cosa è considerata intimamente collegata all’altra ed è viva, possiede un’anima, il mondo intero è una totalità viva, la separazione dal tutto non è comprensibile perchè ogni parte riflette il tutto. E anche l’uomo è sacro, in quanto è l’Intipchurin, il figlio del Sole, che nasce dalla terra e serve da intermediario tra il mondo terreno e il mondo degli dei, scrive in un’altra bella pubblicazione letta, lo psicologo Gian Franco Vacchelli Sicheri. “La cultura andina avanza al ritmo dei cicli cosmici e tellurici e quindi il tempo non è quello lineare e irreversibile dell’occidente, ma è ciclico. II presente si ricrea continuamente e non esiste una distinzione netta tra passato e futuro, perchè il presente li contiene entrambi. Passato, presente e futuro concorrono al momento attuale, all’adesso, che per questo è un sempre, un sempre rinnovato,  sottolinea il Dott. Vacchelli Sicheri.

L’universo, il mondo e l’essere umano formano un’unità armonica e in equilibrio. L’equilibrio si stabilisce tra contrari complementari come ad esempio caldo-freddo, maschile-femminile, giorno-notte, sole-luna. La conoscenza e la vita sociale sono caratterizzate da qualità come sensibilità e affetto verso la natura e gli altri esseri umani, scrive in una pubblicazione sulla cosmovisione andina Alejandro Vela Quico, medico, antropologo e professore della facoltà di medicina dell’Università peruviana di San Augustin de Arequipa. La natura ha tre dimensioni, tre livelli di esistenza: l’Hananpacha, ossia il mondo di sopra, degli dei e degli spiriti, il Kaypacha, e cioè il mondo di qui, nel quale vivono gli esseri umani e l’Ukupacha, il mondo sotterraneo abitato dai morti e dagli esseri maligni. Il tempo è ciclico e per favorire la condizione di salute è importante il rispetto dei principali imperativi morali dell’esistenza, che nella cultura andina sono: ama kella (sii laborioso), ama sua (non rubare), ama lulla (non mentire).

All’interno di questa cosmovisione quindi, la salute può definirsi come uno stato olistico di benessere fisico, mentale, sociale, morale, spirituale e di equilibrio cosmico. Per cui, affinchè una persona goda di buona salute, tutti questi elementi dimensionali devono stare in equilibrio, specifica la Scott nello studio citato prima. Se anche uno solo di questi elementi viene alterato, la persona si ammala perchè si genera un disequilibrio e, viste le connessioni tra i diversi livelli dimensionali dell’essere umano, una malattia non si può trattare in forma frammentata e la sua cura deve includere sia la causa che gli effetti, afferma la Scott. Nella cultura andina, salute e benessere si basano su uno stato di equilibrio tra caldo e freddo. Il cambio repentino di temperatura genera malattia e malessere, scrive il Dott. Vela Quico, il quale aggiunge che per gli andini, altro elemento importante all’origine delle malattie sono alcuni tipi di venti.

Un concetto fondamentale incontrato in molti sistemi è l’equilibrio tra la mente e il corpo, tra le dimensioni differenti delle funzioni del corpo dell’individuo, tra l’individuo, la comunità e la natura, e tra l’individuo e l’universo, scrivono il Dott. Marco Cosentino e la Dott.ssa Anna Loraschi dell’Università dell’Insubria, citati dalla Scott nel suo studio. La rottura di questa interrelazione della vita è una fonte di malattia che può degenerare a situazioni di epidemia, per cui i trattamenti devono essere effettuati non solo per curare il sintomo della malattia, ma anche per restaurare lo stato di equilibrio dell’individuo e della sua natura interiore ed esteriore, specificano i due ricercatori italiani. Per restaurare questo equilibrio, aggiunge la Scott, nella medicina ancestrale andina si utilizzano piante medicinali e prodotti animali. E dato che, secondo la cosmovisione andina, le persone hanno una relazione speciale con la terra, l’uso delle piante medicinali e dei prodotti animali aiuta a restaurare l’equilibrio perso, proprio perchè questi elementi provengono dalla terra.

Nella cultura andina, le malattie possono essere di origine organica (con i classici sintomi riconosciuti anche dalla medicina moderna), altre sono specifiche della cultura e cosmovisione andina e altre possono essere di origine magica, a seguito ad esempio dell’ingresso nell’individuo di spiriti maligni o quando la persona è vittima di un rituale negativo, spiega il Dott. Vela Quico. Le malattie di origine magica non sono riconosciute dalla medicina moderna che però, insieme all’intervento della Psicologia, le considera come situazioni di origine psicosomatica, aggiunge il professore dell’Università peruviana. “Per spiegare una malattia, i curanderi andini vanno alla ricerca della mancanza del sacro, di quel fatto che ruppe l’equilibrio universale, e lo fanno attraverso la lettura delle foglie di coca, dei grani di mais, delle condizioni meteo, del canto di un uccello o di altri segni della natura o dell’ammalato. Dal risultato di questa lettura seguirà il trattamento, che avrà l’obiettivo di restaurare l’equilibrio con la natura umana, con la natura olistica, con gli dei e con gli spiriti. Le tecniche di cura dei curanderi sono coerenti con la diagnosi e si basano sull’utilizzo di piante medicinali, che saranno scelte anche a seconda della qualità del freddo, del sesso o del luogo di raccolta, in quanto la pianta non è vista solo come medicamento naturale, ma possiede una connotazione sacra, magica, vitale. Le cure possono essere effettuate anche attraverso minerali, organi di animali e altre risorse naturali individuate dal curandero. Tra i rituali invece più comuni per procedere a una cura viene spesso effettuato il rituale del “Pago a la tierra”, ossia una cerimonia di offerta alla terra, alla Pachamama, che coinvolge anche la famiglia dell’ammalato, conclude nella sua pubblicazione il Dott. Vela Quico.

Per citare un po’ di dati, nello studio della Scott si apprende che alla data di realizzazione della ricerca (ottobre 2011), il 92% dei peruviani intervistati della città di Cusco continuava ad affidarsi alla medicina ancestrale e ai poteri delle sue piante curative. Di questo 92%, circa il 70% usava sia la medicina ancestrale che quella moderna (quella ancestrale per disturbi come mal di stomaco, tosse, infezioni e infiammazioni e quella moderna per malattie più gravi) e circa un 30% usava esclusivamente la medicina ancestrale per qualsiasi tipo di malattia. Solo l’8% del campione totale analizzato utilizzava soltanto farmaci moderni. Un ultimo dato interessante dello studio della Scott è che tra coloro che utilizzavano la medicina ancestrale, è naturalmente radicata la certezza che per curare i sintomi ad esempio del malocchio, dell’invidia e della perdita dell’anima (susto), è necessario fare esclusivo ricorso alla medicina ancestrale e a specifici rituali. Dato quest’ultimo che concorda con alcune storie che la yuyera incontrata qui a Humahuaca mi ha raccontato e che condividerò in un prossimo articolo.

Stefano Lioni

(Foto articolo: Christopher Newman)

L’ecologia profonda dello spirito del bosco

image“Il bosco ha uno spirito, ogni albero e ogni pianta hanno uno spirito. Alcuni sono più potenti di altri, ma tutti sono unici. Unici perchè possiedono un sapere proprio e oltre a questo, ci portano insegnamenti soffiati dall’aria; il vento del nord, del sud, dell’est e dell’ovest.” Sono queste le parole di Condor Blanco (Manque Liuk), un anziano sciamano andino, maestro di Suryavan Solar, autore del libro “Lo spirito del bosco”, appena finito di leggere qui a Curitiba.

In questo libro, ben scritto e molto interessante, l’autore, fondatore della scuola di crescita personale Condor Blanco Internacional, offre al lettore tutta la sua conoscenza sulle qualità che gli alberi e le piante in generale sono in grado di trasferire agli individui. Ogni organismo vegetale possiede la sua simbologia, la sua forza, con la quale è possibile connettersi e trarne insegnamento e aiuto. Suryavan Solar divide alberi e piante in 12 categorie. Solo per citarne alcune, le erbe medicinali rappresentano la forza curativa, i cactus le forze protettrici, le specie floreali la forza dell’amore, gli alberi da frutto la forza vitale. Certi alberi in particolare, scrive l’autore, hanno la capacità di amplificare la pratica meditativa. Se una persona infatti medita sotto un albero protettore, anche solo per un’ora, conserverà calma e tranquillità durante il resto della giornata.

Sono davvero molti gli insegnamenti riportati nel libro, utili nella giusta misura per arricchire la visione ecologica profonda della natura, del mondo e dell’Essere. Alcuni di questi insegnamenti furono trasmessi all’autore dalla nonna, Aguila Celeste, un’anziana curandera indigena che stimolò il nipote fin da piccolo a vedere il mondo secondo la cultura ancestrale del suo popolo nativo. In una parte del libro l’autore riporta queste parole di Aguila Celeste: “Le piante sono capaci di sentire, le piante comunicano fra loro, le piante possono esprimersi, le piante si ricordano di tutto. Le piante e gli alberi possono insegnarci meglio di un abile professore. E loro sono esperte in medicina, in prosperità, in felicità, in amore, in abbondanza e in magia. Perchè sono le alchimiste più antiche che esistono in natura”.

Stefano Lioni

Tra spiriti, elfi ed altri esseri mitologici indigeni

Il PomberoSpiriti notturni, elfi, mostri terribili, sono solo alcuni degli esseri che secondo antichi racconti indigeni popolano certi luoghi del vasto territorio argentino. Uno di essi è il Pombero, una sorta di elfo della mitologia indigena guaranì.

Qui a Buenos Aires, curioso di saperne di più sulla mitologia indigena, ho iniziato a leggere il libro dell’antropologo Adolfo Colombres, “Esseri mitologici argentini”, nel quale vengono descritti e rappresentati molti protagonisti del pantheon mitologico indigeno, alcuni fortemente somiglianti a quelli della tradizione occidentale. Uno di questi è il Pombero, che secondo la descrizione più antica viene rappresentato come un uomo alto, magro e peloso, con un grande cappello di paglia e un bastone nella mano. Secondo altre descrizioni ha l’aspetto di un nano robusto, nero, brutto e sempre peloso. Ci sono addirittura dei testimoni della provincia di Misiones, che affermano di averlo visto nelle sembianze di un anziano con la barba lunga, un cappello dai bordi ampi e un piccolo bastone d’oro, che fischia continuamente. E se si risponde ai suoi fischi, si arrabbia.

Secondo la mitologia guaranì, il Pombero è il genio protettore degli uccelli. Vive nei tronchi degli alberi, esce dopo pranzo a cercare i bambini che cacciano gli uccelli e se li sorprende in questa azione, li cattura per abbandonarli lontano da casa. In alcuni casi può molestare le donne, ma solo dopo averle ipnotizzate, affinché non si ricordino nulla. I funghi sono i suoi escrementi e quindi un segnale del suo passaggio. Si evita di nominarlo ad alta voce, per il timore che si manifesti ed è capace di trasformarsi in un indigeno, in un tronco d’albero o rendersi invisibile.

Il libro di Colombres si sta rivelando un ottimo compagno di viaggio, pieno di storie antiche da leggere, senza farsi troppe domande, lasciandosi affascinare dal simbolismo che le accompagna e ricordando le parole di James Hillman, quando diceva che “l’origine di qualunque cosa viene fuori da un mito e ciò che conta è imparare i miti e pensare miticamente“. Perchè il mito, dice Teresita Faro De Castaño, non è falsità, ma come il sogno, è l’espressione esterna delle lotte, delle gioie e delle paure dell’umanità, e le credenze e le superstizioni ci portano oltre la nostra storia personale, ci portano direttamente nella storia umana universale.

Stefano Lioni

(Illustrazione di Luis Scafati)

È possibile leggere altri articoli scritti da Stefano Lioni, fondatore, direttore e accompagnatore Terra Madre Tours, nel blog di viaggio: www.sullaviadeglisciamani.it